Al #Forumcom 2010 la CSR è solo di moda

17 giugno 2010

Forum della Comunicazione 2010

Capita di frequente, nel leggere saggi, pdf, manuali, oppure nell’assistere a presentazioni e interventi relativi alla Corporate Social Responsibility, che io mi riscopra insofferente o persino indignato a causa della leggerezza con cui se ne discute, oppure con cui se ne afferma, più o meno consapevolmente, l’inconsistenza.

Ciò è accaduto anche nel corso della seconda giornata (16 giugno 2010) del Forum della Comunicazione, nello specifico durante la sessione plenaria Responsabilità Sociale e Sviluppo Sostenibile: gli obiettivi economici possono diventare sociali?”

Credo possa essere utile ricordare alcuni passaggi, a beneficio di chi voglia cogliere sfumature, come del resto il sottoscritto … ancora umile e appassionato apprendista.

Aprirò due brevi parentesi utili ad esemplificare:

  1. la ragione per cui credo il Forum abbia semplicemente preferito mostrarsi “al passo con i tempi”, senza preoccuparsi minimamente di dare spessore alla discussione
  2. un evidente problema terminologico

Durante la sessione è emersa indubbiamente una diffusa tendenza all’enumerazione, all’elenco selvaggio di iniziative … è tradizione in questi casi …
Inoltre, come ha avuto modo di notare il moderatore, è stato un panel totalmente “brandizzato” (erano presenti soltanto aziende), privo di contributi accademici, incapace quindi di risolvere anche solo in maniera latente la questione da esso posta.

Mi soffermerò soltanto sull’intervento di Nicolas Denis (Philip Morris) e sul preludio a quello di Mario Occhi (Agenzia del Territorio), tralascio gli altri relatori non per negligenza ma poiché soltanto generiche conferme a quanto qui “rivendicato”.

Se da una parte la multinazionale del tabacco ha dimostrato di superare il problema del positivo impatto da perseguire nella società, intervenendo nei Paesi fornitori di tabacco (Nicolas Denis ha parlato soprattutto di Africa) con scuole in Malawi ad esempio, dall’altra il moderatore Lorenzo Montersoli, introducendo l’intervento di Mario Occhi, esordisce, quasi fosse lapalissiano, affermando quanto sia semplice per la PA parlare di Responsabilità Sociale d’Impresa, dato che si può dire faccia parte del suo DNA.

  • Punto numero 1: in qualsiasi testo recente sulla CSR, oddio non voglio dire di averli letti tutti ma non ne ho trovato ancora nessuno che affermi il contrario poiché abbastanza indifendibile, si ritiene pacifica la totale estraneità della filantropia rispetto al tema in oggetto.
    A tal proposito quella che vorrebbe essere la sezione CSR del sito di Philip Morris International si presenta sotto lo “pseudonimo” di Our Charitable Giving Program … in questa di dice:
    More than 40 years ago, long before corporate social responsibility became a catchphrase, our predecessors at Philip Morris Companies were granting money to causes they held dear.

    La confusione è palese.
    E continua:

    We manage our philanthropy efforts like a business, practically and effectively. […] Each year we establish an overall budget, which we allocate to countries around the globe based on our focus giving areas and requests from our in-country organizations.

    Niente che rimandi alla generazione di valore sistemico o a qualche stakeholder, se non molto implicitamente… questa è carità, nell’accezione più cruda, i soldi spesi sono a fondo perduto …

    Certo, si potrebbe dire: ” Ma cosa pretendi da una fabbrica di sigarette?”
    E va bene! Ma allora non invitatela ad esprimersi su un argomento di questo genere.

  • Punto numero 2: Perché perché perché, qualcuno me lo dica, per la PA dovrebbe essere più semplice parlare di CSR.
    Perché ce l’ha nel DNA? Cosa significa?
    Perché si rivolge alla comunità? E’ uno stakeholder come un altro, anzi enormemente più difficile da gestire essendo un cestino in cui si “butta” un po’ tutto … Certo però fa molto “Social” …

    La “s” di CSR è una tossina che sta avvelenando la disciplina impedendogli di evolvere.
    In Italia “sociale” evoca assistenzialismo, inizia ad avere una accezione negativa:


    […] al termine “sociale”, soprattutto nella lingua italiana, viene inevitabilmente associata l’idea di “svantaggio”,  di “inferiorità”, di “debolezza”, alimentando così l’idea del distacco, dell’antagonismo, della inconciliabilità dei reciproci interessi dell’impresa e del resto del mondo.
    (qui a pagina XXIII)

    inoltre, specificare la tipologia delle responsabilità, ci porta al problema relativo alla scissione tra sociale ed economico, tra la fazione dei “buoni” e quella degli spietati economisti senza cuore (è la pretesa attuale incongruenza espressa dal titolo: gli obiettivi economici possono diventare sociali?). Questo, da un lato svuota il tutto di senso,  dall’altro paradossalmente deresponsabilizza, fornendo un facile escamotage per evitare di considerare nel complesso, organicamente, l’insieme delle responsabilità di una impresa.

    Come dicevo il problema è terminologico

    … e nel saggio di R. Freeman, S. Velamuri e B. Moriarty (a pagina 4 in particolare) ciò risulta chiaro.

2 Responses to “Al #Forumcom 2010 la CSR è solo di moda”

  1. Enrico Pellegrino Says:

    Ottimo post Daniele.. Ero accanto a te mentre seguivamo la conversazione assurda che avveniva sul palco. Credevo aggiungessi anche Ferrovie dello Stato e il suo specialissimo modo di trattare i barboni e il presidente di Antonio Amato molto attento a risparmiare energia..ma forse è meglio bypassare… Mi trovi d’accordo sul tema del post. Complimenti.

  2. Daniele Righi Says:

    @Enrico

    Grazie🙂 …

    Sai, in realtà sto progettando un post “schizofrenico” … ospiterà in una prima parte le scandalose affermazioni di Amedeo Piva, ed in una seconda le meravigliose riflessioni di Carlo Infante … chissà che per contrasto non riesca ad essere più efficace😉


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